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CINEFORUM
anno scolastico 2010/2011

 

 

1° PROIEZIONE

 

 


Locandina del film
(Clicca sull'immagine per ingrandirla)
Martedì 18 Gennaio 2011
alle ore 15.00
presso l'aula magna del Liceo Classico "Marco Terenzio Varrone" di Rieti verrà proiettato il film

"IL GATTOPARDO"

di Luchino Visconti, con Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa, Rina Morelli.

Luchino Visconti
 
Il Gattopardo
Un film di Luchino Visconti. Con Burt Lancaster, Alain Delon, Claudia Cardinale, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Romolo Valli, Pierre Clémenti, Terence Hill, Lucilla Morlacchi, Giuliano Gemma, Ida Galli, Ottavia Piccolo, Carlo Valenzano, Anna Maria Bottini, Lola Braccini, Ivo Garrani, Serge Reggiani, Rina De Liguoro, Leslie French, Howard W. Rubien, Lou Castel, Olimpia Cavalli, Giovanni Melisenda, Vittorio Duse, Dante Posani, Sergio Fantoni, Tina Lattanzi, Marino Masé, Marie Bell, Maurizio Merli, Halina Zalewska, Vanni Materassi, Stelvio Rosi, Anne Marie Bellini, Brock Fuller, Carlo Palmucci, Anna Maria Surdo, Marcella Rovena, Valerio Ruggeri, Augusto Pescarini, Carlo Lolli, Giuseppe Stagnitti, Franco Gulà, Carmelo Artale, Rosalino Bua, Winni Riva, Howard Nelson Rubien, Amalia Troiani, Paola Piscini, Brook Fuller, Rosolino Bua, Sandra Christolini
Genere Drammatico, durata 205 min. - Prod. Italia 1963.

 

Cast
Burt Lancaster Alain Delon Claudia Cardinale Paolo Stoppa
Don Fabrizio
Principe di Salina
Tancredi il nipote
del Principe
Angelica Sedara Don Calogero
Sedara
 
Rina Morelli Romolo Valli Terence Hill Giuliano Gemma
Maria Stella
moglie del Principe
Padre Pirrone Il Conte Cavriaghi Il generale
dei garibaldini
 
In sintesi
La famiglia nobiliare dei Corbera accoglie con preoccupazione la notizia dello sbarco delle truppe garibaldine in Sicilia per rovesciare il regno borbonico e avviare il processo di unificazione dell'Italia. Il capofamiglia Fabrizio, principe di Salina, sfruttando la propria intelligenza politica e l'attivismo dell'ambizioso nipote Tancredi Falconeri fra le file delle camicie rosse, comprende che i tempi stanno cambiando e che il potere politico e istituzionale è ormai in mano ad una nuova classe di ricchi borghesi. Per adattarsi al tramonto dell'aristocrazia e difendere il prestigio della propria casata, il principe decide così di attendere la presa di Palermo da parte dei garibaldini, appoggiare apertamente l'annessione all'Italia ed accettare le nozze fra l'adorato Tancredi e la bella figlia di un sindaco ricco e incolto, perché "affinché niente cambi, bisogna che tutto cambi".
Memoria e realismo solitamente parlano due tempi differenti: la prima si esprime al passato dei ricordi e dei racconti, il secondo al presente del resoconto e della cronaca. I percorsi paralleli dell'eco e della parola, della nostalgia e della testimonianza, di Proust e di Verga, tendono invece a incrociarsi sistematicamente nel cinema di Luchino Visconti. Nella ricercatezza delle sue immagini si fondono più arti e linguaggi, storie e discorsi di varie epoche e diversi contesti, che trovano ogni volta una temporalità specifica nel presente continuo del cinema.
Rispetto alle più libere trasposizioni di Verga (La terra trema), Dostoevskij (Le notti bianche) e Camillo Boito (Senso), con Il Gattopardo il progetto culturale e cinematografico di Visconti si modella perfettamente su quello storico-letterario di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: raccontare il passato al presente, riportare la memoria del passato ad una dimensione esistente e visibile per potervi leggere all'interno il tempo del "sempre umano", ovvero quegli uno o due secoli di passaggio allo stato sociale di cui il principe di Salina si fa portavoce.
Ispirandosi più ai principi del realismo letterario che a quelli del (neo)realismo cinematografico, Visconti consacra la messa in scena alla raffinatezza del dettaglio, alla ricchezza dell'ornamento e alla profondità della descrizione, per riportare la Sicilia moderna a quella dei tempi dell'Unità d'Italia. Le due dimensioni temporali del film convivono in una rappresentazione tanto complessa quanto necessaria, nelle intenzioni del nobile regista milanese, ai fini di creare quell'esatta “nuova vecchia Sicilia” vista attraverso gli occhi e l'ideologia del principe Fabrizio.
È raro vedere un "film in costume" affrontare le questioni realmente politiche del tempo raccontato. Ancor più raro è fare della minuziosità scenografica e dell'eleganza estetica il principio per veicolare in modo ancor più preciso e dettagliato la filosofia socio-politica del protagonista. Alla fine, il film non propone che una soggettiva di Salina (quella in cui mostra gli affreschi della villa al Generale di Garibaldi), peraltro inserita nella cornice del ricordo e marcata dagli sguardi in macchina degli attori. Ma è l'intero sguardo sul film, più che quello nel film, a raccontare un passaggio epocale sotto ad una prospettiva politica. Un'ideologia conservatrice quando non addirittura reazionaria, ma che fra i drappi e le tappezzerie delle ville barocche del palermitano fa aleggiare continuamente sensazioni di morte e di decadenza, tanto per la deriva culturale della classe borghese, ecclesiastica e militare, che per il passatismo di certa aristocrazia nobiliare.
Il sogno ottocentesco di Visconti non auspica un vero ritorno dal "tempo degli sciacalli e delle iene" al "tempo dei gattopardi e dei leoni", ma è in fondo quello di un meticoloso restauratore: far rivivere il passato in un presente artefatto, cambiare tutto affinché niente cambi.

 

Il Gattopardo
Giuseppe Tomasi di Lampedusa scrisse Il Gattopardo in pochi mesi, di getto, dopo lunghissime riflessioni ed esitazioni, fra il 1955 e il 1956.
Dalla sua composizione è dunque passato mezzo secolo.
L’autore morì nel 1957, a sessantuno anni.
Il romanzo uscì da Feltrinelli l’anno successivo, con una prefazione di Giorgio Bassani, che lo aveva scoperto dopo un doppio rifiuto sia di Mondadori che di Einaudi.
Il romanzo, come si sa, fu un successo e resta, prima dell’avvento di Umberto Eco, che merita tutt’altre valutazioni, il maggiore e più longevo best seller italiano del Novecento.
Piacque molto a Montale e a Geno Pampaloni.

 

 

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